Giuseppe Catalani
ELISABETTA MORETTO, “Word’s Mess”

Testo di Giuseppe Catalani
Galleria d’Arte Contemporanea e d’Avanguardia Cuppello
Bomarzo 10 novembre – 8 dicembre 2007
“C’est bien la pire peine
De ne savoir pourquoi
Sans amour et sans baine
Mon coeur a tant de peine!”

Paul Verlain, Sans paroles, 1874
“.........Il problema nuovo di essere artisti adesso è di avere una base, che non sia il prodotto artistico ma l’idea e allora.........l’idea la puoi attuare con tanti mezzi, che puoi prelevare da quelli che esistono già e ti vanno bene.........Però l’idea base è l’idea di una unitarietà dell’idea, non dell’unitarietà del prodotto”, così Alighiero Boetti, intervistato da Mirella Bandini nel 1972, rappresenta il suo pensiero artistico.

Per addentrarsi nei meandri del lavoro di Elisabetta Moretto centrato sul problema linguaggio – scrittura rinuncio a priori a servirmi dei codici semiologici (tanto di moda) proprio per non accavallare un gergo a un lavoro che si definisce da se stesso, e pretende semmai una verifica e un inquadramento. Chi adopera un simile linguaggio conclude di solito confondendo le carte: infatti Moretto ha certo dei compagni di strada e sicuramente dei padri, ma il suo lavoro è cristallino.

Il problema è tutto nell’accanito surplace sul problema dell’arte: definire questo lavoro con la bacchetta magica semiologica significa perdere il senso dell’unicità. Dunque niente riferimenti alle malefiche etichette, ma l’analisi di una analisi.

Ecco quando Moretto dice della sua rappresentazione artistica che interessa spiccatamente il linguaggio – scrittura: “Forse, questo mio grande rispetto per il linguaggio – scrittura s’identifica al limite anche con una certa sfiducia nel linguaggio – scrittura stesso. Non ho mai considerato il linguaggio – scrittura un veicolo di comunicazione di qualcos’altro ma semplicemente un fatto a se perchè attraverso questo sistema elaboro artisticamente un quadro globale – d’insieme che riguardano circostanze, pensieri e sentimenti della mia vita. Mediante il linguaggio – scrittura che rappresento nelle mie opere è come se riscattassi la mia libertà da parametri pragmatici; inserisco, allo stesso tempo, spazi raffigurati da prospettive razionali e policrome che racchiudono il mio criterio artistico freddo, distaccato e raziocinante per dare spazio all’immaginazione dell’utente per ciò che l’opera stessa gli può infondere”.

Così Elisabetta Moretto immagina la pittura come finalizzazione di un codice, anche se questa finalizzazione rappresenta un ostacolo alla ricerca del valore etimologico che farebbe proprio di quel codice, di quel particolare specifico linguaggio di quadri, un organismo applicato e allo stesso tempo assoluto. Moretto, cioè, aderisce in partenza al momento della pittura come rappresentazione, ma non in un senso rozzamente referenzialistico, ma sul piano di un nominalismo medioevale che vuole un contesto fattuale nella materia della rappresentazione; quest’ultima si dà come organismo razionale e autonomo rispetto al rappresentato, organismo privo di contenuto che non sia quello stesso dichiarato, privo di ogni compromissione con un’assunzione tipica del reale e che, perciò, si costituisce sempre in rapporto di alterità col mondo.

Giuseppe Catalani




Enrico Anselmi
Il percorso creativo di Moretto si incardina sulla tendenza segnica della reiterazione, del segno-scrittura, del segno inteso come gesto e come perentoria affermazione del sé attivo sul supporto. In tal senso se i fondamenti teorici e culturali di tale operazione non possono non richiamare, in senso lato, l’ascendenza di matrici espressive indebitate con l’informale e con l’arcipelago frastagliato della scrittura visiva, gli esiti raggiunti perseguono un’interessante e originale modulazione. La coesistenza della duplice natura grafica e pittorica della traccia, la paritetica pregnanza dello scrivere, non necessariamente intelligibile, e della materia pigmentata che campisce e isola gli spazi, costruiscono una trama organica e composita.

La pittura si fa segno e il gesto si incanala in una presunta organizzazione alfabetica e lessicale; l’aderenza ad un linguaggio condiviso e convenzionale assume caratteri eterogenei che, secondo un processo astrattizzante, si svincola dall’aderenza di significante e di significato. Tale processo per addizioni ed estensioni del valore semantico della pittura è confermato anche dall’opzione di assemblare supporti uguali per materia ma diversi per forma. Prevalgono le sagome quadrangolari, quelle della stasi e della compiutezza di scelte operate anche nel campo apparentemente asettico della geometria e delle forme elementari.

Per la loro non univoca valenza, la decodifica degli interventi pittorici travalica pertanto il meccanismo del riconoscimento secondo regole e canoni consueti. Le circonvoluzioni degli strumenti utilizzati per lasciare le tracce, ora strisciate e secche, ora grumose e materiche, non indicano in modo incontrovertibile un percorso di lettura; evocano piuttosto ritmi, sequenze, moduli, segnalano stati della coscienza e della percezione. Secondo tale prevalenza del senso onnicomprensivo e quindi sintetico, piuttosto che dell’indagine analitica e quindi parcellizzata, la produzione di Elisabetta Moretto possiede ulteriori valenze che la avvicinano alle esperienze concettuali. Anche in questo caso, comunque, l’ascendenza a una fase storicizzata della produzione artistica avviene in modo dialettico e critico. Coerente con questo assunto è il ricorso alle campitura cromatica intesa come palinsesto sul quale tornare a scrivere e a intervenire azzerando, con la sosta, e replicando con la ripresa.

Salvatore Enrico Anselmi